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Sono giorni che fotografo il cielo, nelle sue più diverse sfumature e consistenze. Ci provo con le stelle, anche se non ho l’attrezzatura con me e neanche quella di qualche tempo fa. Mi piace con le nuvole. Che cosa cerco non me lo chiedo, perché non ho una risposta. Probabilmente l’atto stesso di guardare “lontano” o forse l’idea che ci sia sempre un motivo da qualche parte. Un motivo che si può guardare e persino immortalare. Ma, in fondo, temo che sia solo l’unico modo che ho per essere parte del tempo, il grande nemico che alla lunga dicono sia galantuomo. Scrutarlo da vicino, per esorcizzare.
(La mezzanotte di ogni giorno, li, dove l’immaginazione rincorre. Una svapo, un tiro, una nuvola e tutto il resto. Una carezza, un vuoto, le solite teorie)
Che poi. Le foto sono ciò che vorremmo, in fondo, far vedere. Non esiste scatto che non abbia una manomissione fosse anche l’inquadratura stessa. Niente è autentico finché non lo diciamo noi. Un po come le storie d’amore lasciate lì. Un po come le lettere non scritte. Un po come noi.
(Quella luce immaginaria, quella sospensione dell’incredulità del buio, quel non posto e non tempo di cui mi ricorderò)